"La verità dietro l’apparenza delle cose."(F. Braglia)
Ci sono sillogi d’esordio che si limitano a presentare una voce; altre, invece, introducono fin da subito una postura poetica precisa. Scomodo di Francesco Braglia appartiene a questa seconda categoria. La sua poesia nasce dall’assenza, dalla frattura, dalla vulnerabilità, e proprio per questo si configura come una poesia della scomodità: una scrittura che non cerca rifugio nella rassicurazione, ma attraversa le zone più fragili dell’esperienza per restituire una verità autentica e personale.
Francesco Braglia
SCOMODO
(un'intervista)
Il titolo della tua raccolta è Scomodo: che cosa rappresenta per te questa parola nella tua esperienza personale e poetica?
Dal mio punto di vista essere scomodi equivale a essere vivi, a farsi sentire quando le cose non vanno, a non rimanere inerti di fronte alle ingiustizie del quotidiano, a non accettare le cose a priori. Essere scomodi vuol dire mettere tutto in discussione e cercare sempre, fino in fondo, la verità dietro l’apparenza delle cose. Questo è quello che cerco di fare nel mio piccolo attraverso la parola poetica, parola che deve smuovere le coscienze e riaccendere la fiamma interiore che tutti noi abbiamo e che, alle volte, si è un po’ indebolita nel corso del viaggio.
Nei tuoi versi affiorano spesso momenti di crisi, smarrimento e vulnerabilità. È proprio da queste zone difficili che nasce la tua poesia?
Spesso e volentieri sì, la mia poesia è sangue che stilla dal cuore, per questo è vera come poche altre cose. Vedo la poesia come un momento intimo e di confronto con me stesso, strumento utile per schiarirsi le idee e ripartire dopo un momento difficile. Sicuramente le situazioni complicate sono grandi fonti di ispirazione, sono il motore da cui spesso parte tutto.
Quando scrivi parti da un’esperienza intima oppure cerchi fin dall’inizio un dialogo con chi leggerà i tuoi testi?
Tutto parte da un momento particolare che ho vissuto o che ho sperimentato in modo diretto, poi cerco di renderlo chiaro e comprensibile su carta e infine rintraccio quelle corde universali che se fatte vibrare riescono a parlare a più persone possibili.
Alcune poesie toccano eventi collettivi molto forti, come la pandemia. Quanto la realtà esterna ha influenzato la nascita di questo libro?
Direi parecchio, tutto nasce da questo momento di inerzia forzata al quale noi tutti abbiamo dovuto sottostare. Proprio questa situazione di staticità coatta mi ha dato lo sprone per cominciare a scrivere poesie e iniziare a riflettere profondamente su me stesso e sulla realtà che ci circonda.
Nei tuoi testi convivono dolore e speranza. È una tensione che cerchi volontariamente oppure emerge spontaneamente mentre scrivi?
Direi che come tutte le persone su questo mondo soffro e cerco di ripartire ogni volta, ci provo, sbaglio e mi rialzo finché non raggiungo l’obiettivo sperato. Quindi direi che è una tensione assolutamente naturale, quella che naviga tra dolore e speranza, comune a tutti noi, e che attraverso la poesia sfocia e prende corpo.
In molte poesie sembra emergere l’idea che proprio ciò che disturba o destabilizza possa farci capire meglio chi siamo. Lo scomodo può essere una forma di verità?
Lo scomodo è forse la forma di verità più autentica, quella che ci mette di fronte alle nostre fragilità, ai nostri difetti e punti deboli. Proprio da lì è necessario partire per capire davvero chi siamo e cosa migliorare, al fine di superare le nostre difficoltà e divenire la versione migliore di noi stessi. Si cresce nelle difficoltà, non nella bambagia.
Nei tuoi versi ritornano spesso natura, amore e spiritualità. Sono per te tre strade diverse o parti della stessa ricerca?
Sì, diciamo che tutto è collegato in poesia. Attraverso ad essa riesce a sgorgare la parte più intima e impalpabile di me, che spesso ragiona su temi ancestrali come natura, amore e spiritualità. La poesia è una sorta di tramite verso il nostro mondo interiore, è una finestra che si affaccia sull’anima, che in fin dei conti è fatta proprio di questi tre elementi.
Scrivere poesia è per te un modo di comprendere la vita o piuttosto di attraversarla con maggiore consapevolezza?
Per me scrivere poesia equivale a cercare di comprendere in primo luogo me stesso, mi serve per “monitorare” l’andamento delle cose, per elaborare in maniera efficace una situazione particolare o una fase della vita che sto attraversando in quel preciso momento. Per me fare poesia è semplicemente guardarsi dentro per capire meglio quello che sta accadendo fuori.
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| FRANCESCO BRAGLIA |
In diverse poesie si percepisce un movimento di caduta e poi di rinascita. La scrittura ti ha aiutato davvero a trasformare alcuni momenti difficili?
La scrittura, come accennavo poco fa, mi serve per tenere sotto controllo il flusso delle cose e della vita, quando scrivo è come se riuscissi a prendere le distanze da tutto e da tutti, osservando dall’esterno e con occhi nuovi le situazioni più intime e personali che ho direttamente vissuto. Tutto questo mi permette di riflettere a mente fresca e in modo più o meno distaccato circa i momenti più bui e le cadute che ho sperimentato sulla mia pelle, cercando di trasformare le situazioni problematiche in occasioni di rinascita.
Se dovessi lasciare al lettore una sola domanda dopo aver letto Scomodo, quale inquietudine o scoperta vorresti che portasse con sé?
Dopo aver letto Scomodo vorrei che il lettore capisse che anche “essere inquieti” porta con sé benefici. Io intendo l’inquietudine come una sensazione di ricerca continua di sé e degli altri, di insoddisfazione per la verità che già si possiede e di continua “fame” di conoscenza e miglioramento personale e quindi collettivo. In fin dei conti mi riprometto, con questa mia prima raccolta poetica, di scuotere e svegliare il lettore e ricordargli, forse banalmente ma neanche più di tanto, che è ancora vivo e che c’è tutto il tempo di cambiare le cose in meglio.
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