"Ridere di sé e degli altri aiuta a salvarsi."
C’è un tipo di scrittura che non nasce per raccontare semplicemente una storia, ma per attraversare una zona fragile e irrisolta dell’esistenza. È ciò che accade ne Il Cubo Rosso di Antonio Marino, romanzo intenso e stratificato in cui la dimensione narrativa si intreccia continuamente alla riflessione filosofica, alla memoria, alla malattia, al dubbio e persino alla tensione metafisica. In questa intervista Antonio Marino apre con grande sincerità il laboratorio emotivo e umano della propria opera, raccontando il rapporto quasi speculare con il protagonista Giovanni Calori, la nascita simbolica del “Cubo Rosso”, il ruolo inquieto e primordiale del daimon Pik, ma anche il bisogno di ironia dentro il dolore e il limite stesso della razionalità umana. Ne emerge un dialogo profondamente personale, a tratti quasi confessionale, in cui la letteratura diventa strumento per interrogare il senso del corpo, della sofferenza, della memoria e di ciò che potrebbe esistere oltre ciò che siamo in grado di comprendere. Un’intervista che non si limita a spiegare un libro, ma accompagna il lettore dentro la visione esistenziale che lo ha generato.
Giovanni Calori è un protagonista profondamente umano, fragile, ironico e spesso contraddittorio. Quanto c’è di autobiografico o emotivamente vissuto nella sua costruzione?
Quanto c’è di autobiografico? La sovrapposizione tra me ed il Calori Giovanni è praticamente una congruenza di tipo geometrico. Con una traslazione siamo perfettamente l’uno sopra l’altro.
Il “Cubo Rosso” sembra essere molto più di un semplice ospedale: quasi un luogo mentale, simbolico, sospeso. Quando hai capito che sarebbe diventato il centro gravitazionale del romanzo?
Immediatamente. Dalla prima volta che l’ho visualizzato nella mia testa. Questo solido granitico ha iniziato a sostare nella mia psiche e si è impadronito di me. E, a quel punto, è stato difficile sottrarmi alla sua gravità.
Nel testo il tempo sembra continuamente piegarsi: passato, presente, memoria e sogno si fondono. Era una scelta strutturale pensata fin dall’inizio oppure è nata durante la scrittura?
Nessuna scelta strutturale. Il big-bang iniziale è stato entropico, disordinato. Il filo invisibile che ha unito i vari salti temporali ed emotivi è venuto solo in seguito, quando una parziale razionalizzazione ha tentato di fare da collante al tutto.
Il rapporto tra Giovanni e il suo daimon Pik è uno degli elementi più originali del romanzo. Cosa rappresenta realmente Pik per te: coscienza, istinto, alter ego o qualcosa di ancora diverso?
Pik non è solamente una spirito guida: se intuisse di essere confinato a tale ruolo, mi abbandonerebbe in men che non si dica. Pik è un’entità pre-morale, che è pulsione, istinto, e non media su alcunchè. Il suo machete, che ruota nell’aria, indica una direzione, che il protagonista spesso è obbligato a seguire. Pik è oltre il diritto, la legge, le regole e rompe la consuetudine umana che ci conduce sul binario della normalità.
Il romanzo affronta temi molto delicati come la malattia, il rapporto con i genitori, il tradimento e la paura della morte, ma senza mai diventare puramente cupo. Quanto è importante per te inserire ironia e leggerezza anche dentro il dolore?
Il dolore ti fa svegliare di notte e ti toglie il sonno. A volte ti sovrasta e ti toglie anche il respiro. Ridere di sé e degli altri aiuta a salvarsi. E’ una redenzione dalla propria natura, che ti condanna a stare su questa sfera bitorzoluta senza alcun senso apparente.
In molte pagine emerge un forte dialogo con la cultura classica, la filosofia, la fisica e perfino l’astronomia. Quanto questi riferimenti fanno parte del tuo modo naturale di guardare il mondo?
Sono una persona curiosa ed uso qualsiasi strumento che penso possa essere utile per capire qualcosa, poco a dir la verità, di quello che mi circonda.
Le città, le piazze, il mare, gli ospedali e persino gli oggetti sembrano avere un’anima propria nel romanzo. Quanto conta per te la dimensione visiva e sensoriale nella scrittura?
Per rispondere alla domanda, tutto. Ciò che vedo si trasforma in sensazione e quest’ultima, come una talpa, scava. E lo scavare diventa riflessione e scrittura.
Giovanni è un uomo che misura il mondo attraverso la matematica e la fisica, ma che allo stesso tempo sembra continuamente sfuggire a ogni definizione precisa. Ti interessava raccontare proprio il limite della razionalità umana?
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| ANTONIO MARINO |
Assolutamente. La ragione, a tratti, ci dà l’illusione di capire. Siamo esseri limitati dai nostri miseri cinque sensi. E noi occidentali, per cultura e tradizione, siamo così fieri delle nostre Olimpiadi della Razionalità! Ragazzi, basta aprire un poco gli occhi per capire che esiste una dimensione che va ben oltre e, al momento, ma sottolineo al momento, inconoscibile.
Senza fare spoiler: qual è la domanda più importante che speri rimanga dentro il lettore dopo aver chiuso l’ultima pagina de “Il Cubo Rosso”?
Spero che rimanga un dubbio: vale così la pena dare tanta importanza alla nostra scatola corporea, alle nostre pene così umane, ai nostri distacchi affannati e apparentemente senza soluzione, e non pensare, invece, ad un dopo, che è energia, libertà e consolazione?
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