"Era tutto già scritto."
Con Preoccupazioni di una ragazzina soltanto, Carola Caporale consegna ai lettori una raccolta che intreccia poesia, prosa poetica e riflessione, trasformando esperienze intime in una scrittura dal forte respiro letterario. L'amore, la nostalgia, il senso di appartenenza, il viaggio e il dolore attraversano queste pagine con una voce che, pur giovanissima, rivela già una precisa identità stilistica. Abbiamo incontrato l'autrice per approfondire il percorso che ha dato origine a quest'opera, soffermandoci sul significato del titolo, sui luoghi e sulle esperienze che l'hanno ispirata, e sul rapporto tra vissuto personale e scrittura.
"Preoccupazioni di una ragazzina soltanto" è un titolo che sembra quasi minimizzare il peso emotivo delle pagine che seguono. Com'è nato e quale significato attribuisci oggi a quella parola, soltanto?
Non ho mai creduto di essere cosa diversa da ciò che sono: una ragazzina come tante, afflitta dalle medesime inquietudini che affliggono tutte. Non v'è in me nulla di straordinario. La sola differenza, se pur differenza può dirsi, è che io ho avuto l'ardire, o la sventura, di metterle su carta. Quel "soltanto" non è modestia. È verità.
Nella raccolta convivono poesie, prose poetiche, lettere e riflessioni filosofiche.
Hai pensato fin dall'inizio a un'opera senza confini di genere oppure è stata la scrittura stessa a scegliere, di volta in volta, la forma più adatta?
Io non scelgo. Quando afferro la penna, quasi chiudo gli occhi. Non comando io la forma, è la parola che si impone. Le parole escono da sole, come un fiume che rompe gli argini, e io non faccio che seguirne il corso. Sarebbe vana presunzione credere di poterle domare.
Rotterdam, Copenaghen e Roma non sono semplicemente città, ma sembrano diventare luoghi interiori. Quanto c'è di reale e quanto di simbolico nel modo in cui le racconti?
Di reale, in quelle pagine, v'è tutto. Ogni parola, ogni peso, ogni ombra. Non vi è invenzione, ma trasfigurazione. Più e più volte, quasi come cercassi rifugio dalla tempesta del mio animo, mi sono aggrappata alla severa bellezza di paesi nordici che mi hanno accolta. Ho vissuto là con l'animo, mi sia concesso dirlo, da poeta. La sera, quando mi ritraevo a scrivere, avevo già tutto nella mente. Era tutto già scritto, in un certo senso. Io non facevo che trascriverlo.
L'amore attraversa quasi ogni pagina del libro, ma raramente viene raccontato come felicità: è piuttosto memoria, distanza, nostalgia e trasformazione. Ti riconosci in questa idea dell'amore oppure rappresenta soltanto una fase della tua vita?
Mi auguro che rappresenti soltanto una fase della mia esistenza, una stagione che dovrà compiersi. Ciò nonostante, non rinnego la mia natura: io sono persona innamorata dell'amore. Lo considero la sola forza che muova e tenga in piedi tutte le cose. Se anche mi ferisce, non posso smettere di crederci.
Colpisce il contrasto tra la tua giovane età e una lingua fortemente letteraria, ricca di richiami alla tradizione e lontana dal linguaggio quotidiano. È una scelta consapevole oppure è semplicemente il modo naturale in cui senti di esprimerti?
Assolutamente no. Non v'è in me calcolo né artificio. Non mi prestabilisco nulla. Come ho detto, le parole escono e basta. Se la mia lingua suona antica, letteraria, lontana dal chiacchiericcio quotidiano, è perché così la mia anima ha imparato a parlare. Non saprei farlo altrimenti.
In diversi testi emerge una riflessione sul dolore che sembra andare oltre la vicenda personale, fino a diventare quasi una meditazione sull'esistenza umana. Scrivere è stato un modo per comprendere ciò che hai vissuto o, piuttosto, per riuscire ad attraversarlo?
Scrivere è l'unica cosa che mi renda veramente soddisfatta e fiera di me stessa. Non scrivo per comprendere il dolore, né per superarlo con eleganza. Scrivo perché è l'unico atto che mi restituisca a me medesima. Senza, sarei perduta.
Alcune pagine affrontano temi come il lavoro, il senso di appartenenza, la solitudine, il valore delle scuse e il rapporto con la società contemporanea. C'è un filo invisibile che unisce questi pensieri oppure preferisci che ogni testo rimanga libero di parlare da sé?
Tutto ciò che scrivo è legato da un filo invisibile, perché tutto proviene dalla medesima ferita. Prenda lo scritto sulla scusa, che tanto vi ha colpiti: sappiate che il giorno in cui lo vergai, avevo appena perso il lavoro, e l'unica cosa che avrei potuto fare per conservarlo era chiedere scusa. Non lo feci. E così nacque quella pagina. Ogni mio testo è nato così: da una cosa non fatta, da una parola non detta.
Se un lettore chiudesse l'ultima pagina di Preoccupazioni di una ragazzina soltanto, quale pensiero, quale emozione o quale domanda spereresti di avergli lasciato dentro?
Mi auguro che chi, giunto all'ultima pagina, chiuda il mio povero libro, si ritrovi, per un istante, nelle mie parole. E che comprenda, finalmente, che chi sente più degli altri non è strano. È soltanto speciale. E la sua specialità è una condanna, prima che un dono.
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