Una voce per L'UOMO LUNA: intervista a Nicola Castellini

 In questa conversazione con Chiocciola Edizioni, Nicola Castellini racconta il cuore del suo libro L’uomo Luna, un’opera che non segue i percorsi tradizionali del romanzo ma sceglie la forma più sincera e rischiosa: quella del pensiero che si muove liberamente, come accade nella mente di ognuno di noi.

Nel dialogo che segue emergono i temi più profondi dell’opera: la distanza con cui a volte osserviamo il mondo, i meccanismi sottili dell’autosabotaggio, il peso dei ricordi e il bisogno umano di trovare un senso anche nei momenti di smarrimento. Castellini affronta queste domande con lucidità e onestà, arrivando spesso al nucleo più autentico della propria scrittura.

È un’intervista che permette di entrare nel laboratorio interiore dello scrittore e di comprendere meglio la tensione che attraversa il libro: quella di restare dentro le domande senza cercare scorciatoie facili.

Per questo motivo consigliamo ai nostri lettori di leggere L’uomo Luna: non solo come opera narrativa, ma come esperienza di riflessione sulla condizione umana contemporanea.

A seguire, l’intervista integrale a Nicola Castellini.




  1. Caro Nicola, buongiorno. L’uomo Luna si apre quasi negando di essere un romanzo: non c’è una trama tradizionale, ma una voce che fluisce. Perché ha scelto il monologo interiore?

Perché la mente non segue una trama.

Quando pensiamo non c’è un capitolo uno, capitolo due e capitolo tre: c’è un pensiero che chiama l’altro, che poi si perde, che poi torna travestito da ricordo o da paranoia.

All’inizio ho provato a costruire una storia più ordinata, ma mi sono accorto che stavo mentendo. L’unica forma sincera era lasciare che la voce parlasse come parla la mente: sbagliando strada, tornando indietro, inciampando.

Più che un romanzo, L’uomo Luna è il verbale di un cervello in attività.



  1. Nel libro ricorrono immagini di Sole e di Luna. Chi è davvero l’uomo Luna?

La Luna è un corpo celeste particolare: illumina ma non ha luce propria. Vive di riflesso.

Mi sembrava una metafora perfetta per certi momenti della vita in cui ti senti presente ma anche leggermente fuori asse. Guardi il mondo con attenzione, ma non sempre riesci a entrarci fino in fondo.

L’uomo Luna è qualcuno che vive in quella distanza.

Non è necessariamente una tragedia: a volte da lì si vedono le cose con più chiarezza.



  1. Nel libro emerge spesso il tema dell’autosabotaggio. Scrivere è stato un atto di accusa verso sé stesso o un tentativo di liberazione?

All’inizio era quasi un processo.

Con imputato, giudice e pubblico ministero: tutti io. Dentro il libro c’è molta durezza verso sé stessi, soprattutto quando emergono quei meccanismi sottili di autosabotaggio che molti conoscono: dire di no proprio quando la vita ti dice sì.

Ma scrivere ha un effetto curioso: mentre accusi, inizi anche a capire. A un certo punto smetti di fare il giudice e diventi un po’ antropologo di te stesso. Non è una liberazione definitiva - magari -ma almeno è una tregua.

  1. Nel testo la depressione non viene nominata direttamente. È stata una scelta?

Sì, perché certe parole sembrano diagnosi più che racconti.

Dire “depressione” è utile in ambito clinico, ma in un libro rischia di diventare un’etichetta che chiude l’esperienza. Le immagini — il tunnel, il buco nero, la materia oscura — raccontano meglio la sensazione.

La metafora è meno precisa della diagnosi, ma a volte è molto più vera.

  1. Nel libro emergono anche meditazione e spiritualità. Sono una ricerca autentica o uno sguardo ironico?

Direi entrambe le cose.

Quando uno attraversa certi momenti cerca qualsiasi cosa: meditazione, filosofia orientale, manuali di respirazione, magari pure l’oroscopo.

Nel libro c’è una ricerca sincera di senso, ma anche la consapevolezza che gli esseri umani sono bravissimi a costruire sistemi di spiegazione pur di non restare troppo a lungo nel vuoto.

  1. Il ricordo dell’amico scomparso è uno dei momenti più intensi del libro.

Sì, lì il flusso si ferma.

Quando entra in scena la morte, tutte le acrobazie mentali diventano secondarie. Il monologo smette di girare su sé stesso e resta una cosa molto semplice: il ricordo di una persona.

Il lutto ha questa forza: taglia il rumore mentale.

  1. Il linguaggio del libro è volutamente irregolare. Quanto è spontaneo e quanto costruito?

La prima stesura è stata molto spontanea, quasi febbrile.

Poi però ho lavorato sul testo per mantenere il disordine senza farlo diventare puro caos. In un certo senso è come il jazz: sembra improvvisazione, ma sotto c’è una struttura.

Il trucco era non far sembrare tutto troppo ordinato.

  1. Nel libro emergono emozioni difficili come invidia o gelosia. Era importante mostrarle?

Sì, perché sono estremamente umane.

Tutti proviamo invidia o bisogno di riconoscimento, ma preferiamo parlarne negli altri. Mi sembrava più interessante mostrarle senza filtro.

Non volevo scrivere un libro morale. Volevo scrivere un libro onesto.

  1. Nel libro compare spesso l’immagine di osservare il mondo da lontano, come da un oblò.

È una sensazione reale.

A volte sembra di guardare la vita attraverso un vetro: vedi tutto chiaramente ma non riesci a entrarci del tutto. Il traffico della vita scorre davanti a te mentre resti qualche metro indietro.

Non è necessariamente una tragedia.

Ma ogni tanto sarebbe bello scendere dal sottomarino.

  1. Il libro non offre una vera conclusione.

Perché sarebbe stato falso.

La vita non ha un capitolo finale ordinato in cui tutto si sistema. Ci sono momenti di luce e momenti di ombra che continuano ad alternarsi.
Il libro finisce, ma la voce continua.


Domande bonus finale

Se oggi dovesse definire in poche parole chi è l’uomo Luna?

Direi che è qualcuno che prova a restare umano mentre non capisce bene come funzioni il mondo.

Osserva molto, pensa troppo, a volte si perde nei propri labirinti mentali e poi cerca una via d’uscita guardando il cielo. Non è un personaggio. È una condizione. E credo che, prima o poi, lo siamo stati tutti.

Perché dovremmo leggere L’uomo Luna oggi?



Forse perché racconta una sensazione molto diffusa: la vita va avanti velocemente e noi stiamo ancora cercando di capire come starci dentro.

Non è un libro che dà risposte.

È un libro che prova a restare dentro le domande.

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